Fin da bambina mi sono sempre circondata di oggetti strani e inusuali, domandandomi come fossero realizzarti. Mi piaceva utilizzarli in modi diversi, rispetto a quello per cui erano stati pensati.
Sono laureata in Lettere e Filosofia, nello specifico in Storia dell’Unione Sovietica, e ho iniziato a lavorare nel mondo del design conclusa l’università a Bologna. Credo che la mia formazione umanistica abbia influenzato molto il mio approccio al progetto: per quanto ami gli oggetti, le persone e la loro indagine sono fondamentali per me. Mi piace capire come nasce e perché viene realizzato un progetto, quali sono il pensiero all’origine e la fonte di ispirazione, la voce di chi l’ha pensato e realizzato. E poi mi piace che il design sia un lavoro collettivo.
A prima vista sembrano mondi un po’ distanti, ma in realtà non lo sono affatto. Mi piace la parola curatore – o curatrice, in questo caso – perché richiama l‘idea del prendersi cura, accudire, creare e dare direzione. Penso che il curatore debba sempre camminare due passi dietro al progettista, che è la vera star – un po’ come faceva il principe Filippo con la Regina Elisabetta, per capirci. Sono anche convinta, però, che le idee migliori scaturiscano dal dialogo e dal confronto. E questo succede solo quando c’è più di un cervello in una stanza.
Come anticipato, la formazione umanistica mi ha portata a sviluppare un approccio olistico, attento prima alle persone e poi agli oggetti. Con le mie mostre, cerco sempre di raccontare storie di noi esseri umani attraverso gli oggetti; il rapporto con la religione con il libanese Carlo Massoud, quello con la sostenibilità con il design vegano di Erez Nevi Pana, il design e le relazioni interpersonali con Friends&Design.
Il design è una forza incomparabile ed eccezionale, capace di cambiare le nostre vite. Esiste per migliorare e ottimizzare le nostre risorse. Design significa pensiero, significa che un progetto è stato immaginato e realizzato secondo un preciso disegno mentale e fattuale. Non si può parlare di magia perché tutto è studiato nei minimi particolari, ma deve essere intrigante. Conosco progettisti affermati, che fanno questo lavoro da tempo, che ancora si emozionano alla nascita di una loro creazione, e conosco altrettante persone che si emozionano di fronte a un oggetto di cui non conoscevano l’esistenza.
È la prima volta che Design Miami decide di mantenere lo stesso tema per più edizioni. È chiaro che l’età dell’oro di cui parlo è un auspicio, un desiderio, una direzione verso cui tutti dovremmo tendere. Questo tema era stato pensato lo scorso autunno, in risposta alla pandemia e alle restrizioni, quando si tentava di uscire da un lungo e articolato periodo dove eventi più grandi di noi ci avevano debilitato fortemente.
Senza dubbio, il domani è argomento di grande interesse. Dieci giorni dopo la chiusura della fiera di Basilea, inaugurerò una mostra al Museo di Arti Applicate di Amburgo, in Germania, intitolata “Ask Me If I Believe In The Future”. Domanda a cui hanno dato risposte positive quattro studi di progettazione: il duo veneto Zaven, gli Objects of Common Interest con base a New York, l’israeliano Erez Nevi Pana e la svizzera Caroline Niebling. È un quesito semplice che si sono posti in molti, ovviamente non solo con l’avvento della pandemia. Per quel che riguarda me, ho due bambine di sette mesi e quindi si, la mia risposta è: certo che credo nel futuro!
Dopo averlo introdotto a Miami e Shangai, per la prima volta a Basilea presentiamo Podium: una mostra curata che esplicita il tema della fiera. Dato che è così ampio e aperto a diverse interpretazioni, abbiamo chiesto ai galleristi di lavorare insieme e proporci degli oggetti che, secondo loro, potessero essere in linea con la tematica – e siamo molto contenti delle proposte. La coralità è sempre un’arma potentissima.
La mostra appena citata, The Golden Age, sarà visibile anche online. Inoltre, Design Miami dispone da tempo di un e-shop efficace ed esaustivo per argomenti, prodotti e curiosità. Dopo un biennio in cui la nostra attitudine al digitale si è impennata considerevolmente, penso che sia una risorsa di grande valore. In periodo di lockdown è stato di grande aiuto non solo per le economie, ma anche per condividere emozioni e, in alcuni casi, ha aiutato a risolvere situazioni limite. È uno strumento in più a nostra completa disposizione, ma penso comunque che la vita sia fuori, a contatto diretto con le persone.
Mutina è un’azienda importante, che lavora con progettisti che stimo molto. Il primo contatto risale a diversi anni fa e aveva delle ragioni personali: ero alla ricerca di un prodotto di qualità, vicino alla mia sensibilità, per la cucina della mia casa in campagna…
Questa è una domanda difficile perché ci sono diverse collezioni che trovo molto belle. Se proprio devo sceglierne una, allora è Phenomenon di Tokujin Yoshioka – che è un amico e una grande professionista di questo settore. La sua genialità dall’eleganza rara e la semplicità studiata nei minimi particolari costituiscono un’eccellenza a livello internazionale.
Userei questa texture per rivestire tutto il mio terrazzo, pavimento e parete esterna.